Nel corso delle recenti campagne di scavo presso il sito del Castello di Monte Copiolo è stato recuperato un discreto contingente di reperti ossei animali. Il materiale faunistico di seguito esaminato proviene da diversi saggi dell'area del Castello di Monte Copiolo (Area 1: Cisterna; Area 2: Cinta Frontale Rocca e Torre di Mezzo; Area 4: Abitazione 1 e Abitazione 2; Area 7: Cinta Frontale Abitato).
Materiali e metodi
Sono stati esaminati circa 350 resti ossei animali, di cui 247 (72%) sono stati determinati anatomicamente e tassonomicamente. Le ossa si presentano molto frammentate, talvolta in uno stato di conservazione tale da non consentire l'individuazione della porzione anatomica, né tanto meno la determinazione della specie di appartenenza, pertanto i frammenti di vertebre non individuati a livello tassonomico e di costole sono stati raggruppati a parte. La frammentarietà dei reperti non ha permesso, il più delle volte, di prendere le misure biometriche necessarie e pertanto non sono state calcolate le altezze al garrese degli animali.
Le misure osteometriche, espresse in mm, sono state prese secondo la metodologia proposta da Von den Driesch (1976), ad eccezione di quelle relative ai denti degli equidi, prese secondo la metodologia proposta da Eisenmann (1981). La distinzione tra Ovis e Capra è stata effettuata essenzialmente sulla base delle osservazioni di Boessneck (1969) e di Prummel & Frisch (1986). La stima delle età di morte è stata effettuata a partire dall'età di fusione delle epifisi delle ossa lunghe e dall'eruzione e permuta dei denti seguendo le tabelle riportate in Silver (1969) e Barone (1974) integrata, per gli ovicaprini, dalle metodologie proposte da Payne (1973, 1985) e, per i suini, dalla metodologia proposta da Bull & Payne (1982). Il numero minimo degli individui è stato calcolato, secondo quanto riportato in Tagliacozzo (1993), distinguendo i resti ossei in base al lato di appartenenza (destro, sinistro), scegliendo, quindi, tra questi l'elemento più frequente di un solo lato ed integrando poi questo numero con considerazioni riguardanti le dimensioni, il sesso e l'età degli altri elementi scheletrici. La resa in carne dei principali animali domestici è stata stimata, secondo quanto proposto da Bökönyi (1984, fide Tagliacozzo, 1993), sulla base della massa corporea degli ovicaprini, valutando quella del bue e del maiale rispettivamente 7 e 1,5 volte quella degli ovicaprini.
Complessivamente sono state individuate le seguenti specie: Gallus gallus (LINNAEUS), Lepus europaeus (PALLAS), Canis familiaris (LINNAEUS), Equus asinus (LINNAEUS), Bos taurus (LINNAEUS), Dama dama (LINNAEUS) e Sus scrofa (LINNAEUS). Di questa ultima specie è stata riconosciuta la sola forma domestica (maiale); Ovis aries (LINNAEUS) e Capra hircus (LINNAEUS) sono stati trattati congiuntamente (ovicaprini); Bufo è stato individuato a livello di genere, mentre alcuni resti di uccelli diversi dal pollo sono stati determinati a livello di classe. Sono stati inoltre riconosciuti alcuni resti umani (un molare superiore ed un frammento di vertebra provenienti dalla Cisterna e alcuni frammenti cranici e di omero dalla Torre di Mezzo).
Considerazioni sull'alimentazione e l'economia
Le seguenti considerazioni riguardano esclusivamente i reperti medievali e post-medievali tralasciando, per ovvi motivi, gli scarsi resti ossei provenienti dallo strato protostorico peraltro posto in giacitura secondaria.
La frammentazione dei resti ossei, la presenza di tracce di macellazione e la stessa appartenenza della maggioranza dei reperti a taxa di indubbio interesse economico, connotano il campione faunistico come derivato in massima parte dall'accumulo di rifiuti alimentari, prevalentemente scarti di cucina e resti di pasto.
Le tracce di morsi e rosicature lasciate su alcune epifisi di ossa lunghe di ovicaprini e di giovani suini indicano, tra l'altro, che i rifiuti alimentari talvolta rimanevano esposti all'azione dei cani e degli agenti atmosferici stazionando in superficie prima di essere interrati.
I resti di cane e di equidi sono molto scarsi, ma la loro presenza doveva essere notevole all'interno di un insediamento occupato anche da militari. Considerato che non vi sono tracce di azione antropica sull'epistrofeo di cane e sui resti di asino, si può supporre che questi animali non erano usati per scopi alimentari. Le carcasse dei cani e degli equidi probabilmente venivano interrate o gettate (per motivi strettamente igienici e per il particolare legame tra questi animali e gli esseri umani) in luoghi appositi, distinti e distanti da quelli usualmente destinati allo smaltimento dei rifiuti domestici ordinari. Non si può escludere, pertanto, che i resti di queste specie nello strato di terriccio dell'Abitazione 1 possano provenire da un precedente accumulo di rifiuti.
I principali animali domestici (bovini, ovicaprini e suini) rappresentano il 41% dei resti ed il 68% degli individui. Se si tiene conto degli intrusi naturali e dell'uso non alimentare del cane e dell'asino la loro percentuale aumenta in modo considerevole (94% dei resti e 85% degli individui) sottolineando la loro importanza nell'alimentazione carnea, mentre il pollame e la cacciagione avevano un ruolo trascurabile. I suini, con 50 resti e 13 individui, sono il taxon meglio rappresentato, seguito da un numero leggermente inferiore di ovicaprini, mentre la presenza dei bovini sembra essere di secondaria importanza.
Si deve considerare, a questo proposito, che nel Castello potevano essere introdotte parti di animali già macellati in precedenza e che quindi il calcolo del numero degli individui presenti non testimonierebbe il reale consumo di animali interi, bensì di parti di essi provenienti, presumibilmente, da allevamenti della zona. Tuttavia suini e ovicaprini sono rappresentati da elementi scheletrici di varie parti del corpo (sia quelle solitamente consumate, come il tronco e gli arti, sia quelle che invece sono solitamente scartate, come ad esempio le estremità degli arti e i denti) e pertanto è probabile che venissero macellati sul posto. Gli scarsi resti riferiti ai bovini non permettono di chiarire se questi fossero macellati sul posto oppure se venissero introdotte nel Castello solo le parti da consumare. Nell'ipotesi che anche il bue fosse macellato sul posto o introdotto intero nel sito, avrebbe senz'altro rappresentato la maggiore fonte di approvvigionamento di carne (fig. VI.3.2). L'omero di daino, che insieme ai resti di lepre e di rospo rappresenta la fauna selvatica, potrebbe essere il frutto dell'attività venatoria, ma non si può escludere che possa essere invece un pezzo di carne pregiata introdotto dall'esterno.
I dati sulla mortalità indicano che i bovini erano macellati adulti, probabilmente bestie vecchie non più in grado di lavorare, confermando una consuetudine largamente praticata nel Medioevo e Rinascimento e che affonda le radici nella Preistoria. Gli ovicaprini erano macellati a varie età, indicando in qualche modo le diverse forme di sfruttamento di queste specie; la relativa abbondanza di giovani mostra comunque l'interesse per buone porzioni di carne pregiata. I suini erano macellati prevalentemente entro i 2 anni, confermando che questi animali venivano allevati soltanto per la carne, anche se non sono pochi gli individui di età maggiore, probabilmente dei riproduttori.
La guarnigione e la comunità del Castello godevano quindi di una dieta carnea poco varia, ma di buona qualità, come mostra la giovane età di macellazione di una buona percentuale di suini e ovicaprini. L'economia di sussistenza, evidentemente basata sull'agricoltura e l'allevamento suino e bovino e sulla pastorizia, era integrata dall'allevamento di animali da cortile. I suini erano allevati solo per la produzione di carne, invece il pollame ed i grandi e piccoli ruminanti assicuravano anche altre risorse. I bovini erano importanti nel lavoro agricolo, sia come forza da traino (insieme agli asini), sia come produttori di letame per fertilizzare i campi; potevano, inoltre, fornire il latte, con cui venivano prodotti i derivati caseari, le pelli, le corna e le ossa da lavorare. Gli ovicaprini, tra i quali probabilmente le pecore erano molto più numerose delle capre, potevano fornire il latte, con cui venivano prodotti i derivati caseari, e la lana. Il pollame, con la produzione di uova, garantiva un limitato, ma continuo, apporto proteico alla dieta della guarnigione e della comunità del Castello.
Data l'esigua entità numerica dei campioni, non si possono trarre notevoli indicazioni dalle differenze tra le diverse situazioni analizzate. L'assenza di resti di bovini dall'Abitazione 2 (Area 4) e di ovicaprini dalla Cinta Frontale Abitato (Area 7) sembra essere del tutto casuale più che legata a differenze sociali o nelle preferenze alimentari.
Al fine di evidenziare eventuali variazioni nell'alimentazione e nell'economia di sussistenza nel corso del tempo di occupazione del sito sono stati riuniti i dati percentuali dei principali animali domestici dei "butti" medievali (Cinta Frontale Rocca, Torre di Mezzo e Cinta Frontale Abitato) da un lato e quelli relativi all'ultima fase abitativa e all'abbandono del sito (Cisterna, Abitazione 1 e Abitazione 2) dall'altro. Si può così notare un sensibile decremento nel tempo dell'importanza economica ed alimentare dei suini, che rimangono maggioritari, a scapito dei bovini e soprattutto degli ovicaprini.
Si è proceduto quindi ad un confronto dei rapporti percentuali dei principali animali domestici del Castello di Monte Copiolo con i corrispondenti dati di alcuni siti che durante il Medioevo ed il Rinascimento hanno ospitato guarnigioni militari, come la Rocca Posteriore di Monte Igino a Gubbio, la Rocca di Asolo e la Torre della Rocca Sillana presso Pisa e con due realtà urbane, come Farnese e la III fase medievale di Verona. Per omogeneità dei dati si è tenuto conto solo del numero dei resti. Si può constatare (fig. VI.3.3) come la realtà di Monte Copiolo sia avvicinabile a quella di Rocca Sillana, con i suini maggioritari rispetto agli ovicaprini ed i bovini che rivestono un ruolo secondario. A Monte Igino, alla Rocca di Asolo e a Farnese sono invece maggioritari gli ovicaprini; in queste due ultime località si nota una maggiore presenza dei bovini, mentre a Monte Igino il consumo di carne bovina è simile a Monte Copiolo. La realtà urbana di Verona III, con un più elevato numero di abitanti ed una maggiore articolazione sociale, mostra una situazione più bilanciata, con i suini leggermente inferiori a bovini e ovicaprini. Si può notare, inoltre, come anche alla Rocca di Asolo nelle ultime fasi abitative e nel periodo di abbandono del sito si assista ad una diminuzione dell'allevamento suino a vantaggio degli ovicaprini.
I limitati dati biometrici indicano che il bue era di piccole dimensioni, come nella maggioranza dei casi durante il Medioevo ed il Rinascimento, confrontabili con quelle più o meno coeve dei bovini di Verona III, inferiori di quelle di Farnese, sia dei pozzi Gentili, Scala e Tubo che del pozzo Peppetti, ma leggermente superiori di quelle di Rocca Sillana. Pecore e capre erano di dimensioni medie-piccole, confrontabili con quelle più o meno coeve degli ovicaprini di Monte Igino, dei pozzi Gentili, Scala e Tubo di Farnese, di Rocca Sillana e di Verona III, ma inferiori di quelle del pozzo Peppetti di Farnese. Anche i maiali erano di piccole-medie dimensioni, rientranti negli intervalli di variabilità dei suini dei menzionati siti di confronto.
Considerazioni ambientali
I resti ossei delle specie selvatiche sono numericamente troppo esigui, essendo gli animali domestici condizionati dall'uomo e dalle sue esigenze, per fare considerazioni di tipo ecologico e ambientale. Non è azzardato, però, congetturare che la fauna selvatica presente nelle aree boschive e nelle radure dei dintorni del Castello di Monte Copiolo fosse pressappoco la stessa che attualmente popola l'area protetta del Parco di Sasso Simone e Simoncello. Probabilmente c'erano ungulati come caprioli, daini e cinghiali, carnivori come lupi, volpi e mustelidi (tasso, donnola, faina e puzzola). Tra i piccoli mammiferi non mancavano ricci, talpe ed altri insettivori, istrici, scoiattoli ed altri piccoli roditori. Le chiome e le cavità di grandi alberi, le pareti rocciose, le siepi e i coltivi erano habitat ideali per molte varietà di uccelli. Il toponimo Valle Orsaia, infine, potrebbe indicare la presenza storica anche dell'orso.
In attesa che nuovi dati sulla fauna selvatica possano confermare il quadro sopra delineato, si può aggiungere che quando il Castello venne a rivestire l'importante ruolo di fortificazione ed al suo interno si stanziò una guarnigione militare con la conseguente richiesta di prodotti alimentari, probabilmente l'ambiente circostante ha subìto importanti cambiamenti. Il fondovalle ed i fianchi della montagna verosimilmente furono disboscati, sia per il reperimento di legname che per la messa a coltivazione di nuove aree e pascoli per il bestiame. Quando poi nel corso del XVI secolo si esaurì la funzione militare della fortificazione con il conseguente calo nella richiesta di prodotti alimentari, le campagne circostanti probabilmente furono abbandonate e le aree coltivate lasciate al degrado. Più o meno contemporaneamente ad una temporanea ripresa degli spazi coperti da macchie e boschi, venne a costituirsi così un quadro ambientale ed insediativo più favorevole allo sviluppo della pastorizia.